Oppressione perduta
Libertà ritrovata
Questo che stai per leggere è un altro format di Storie Perdute. Il progetto si arricchisce con le Storie perdute mai scritte: racconti di vite comuni in cui sono accadute cose straordinarie, momenti che hanno incrociato la Storia e che, se non venissero scritti, rischierebbero di andare persi per sempre.
Perché non tutto ciò che è straordinario finisce nei libri. Ma questo non significa che non meriti di essere raccontato.
Pisa, 1947
A due anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la città di Pisa, come molte altre, attraversava un momento di profonda ricostruzione. Il Dopoguerra aveva lasciato molte macerie e poche finanze, la popolazione si stimava intorno ai settantacinquemila residenti, contro gli oltre novantamila di oggi.
Qui, il 10 settembre nacque Petra, secondogenita di una famiglia che aveva vissuto fino a quel momento il peso della guerra. Suo fratello era nato nove anni prima, sotto i bombardamenti e le sirene d’allarme, sua madre avrebbe mantenuto verso di lui un attaccamento viscerale a causa di ciò che gli era successo.
Forse per questo, o per via dell’anaffettività che contraddistingueva la sua famiglia, Petra crebbe in solitudine, indifferente e insofferente alle regole. Una bambina ribelle, una figlia non facile per quell’epoca.
Erano gli anni in cui l’Italia stava cercando un nuovo modo di vivere, correndo verso un miracolo economico necessario per rialzarsi. Erano anni in cui il nostro Paese, come le persone che lo abitavano, iniziavano a sentire il bisogno di rompere gli schemi. Si stava formando la prima generazione postguerra.
Parigi, 1966
Nell’estate dei suoi diciannove anni, Petra si ritrovò a Parigi a fare la ragazza alla pari in una famiglia francese. I suoi studi l’avevano portata per diverse estati a imparare diverse lingue. Quell’anno sarebbe stato l’ultimo: terminato il liceo, sarebbe arrivata la libertà.
In quelle settimane nella capitale francese, Petra trovò un lavoro adatto a lei: l’Unesco – nato solo vent’anni prima - stava ricercando interpreti di madre lingua italiana. Un perfetto sbocco lavorativo che avrebbe aiutato la ragazza ad allontanarsi dalla piccola città e dalla rigida disciplina impostale dal padre.
Negli anni Sessanta, le donne avevano diritto di voto solo da vent’anni, era consuetudine che vivessero con il padre fino al momento in cui un altro uomo non permetteva loro di lasciare la casa familiare, grazie al matrimonio.
A legare Petra ancor di più alla famiglia, c’era la legge fissata dal Codice civile sulla maggiore età: 21 anni. Fino al 1975 sarebbe rimasta tale. Per poter essere assunta, aveva quindi bisogno del permesso di suo padre.
Permesso che venne negato.
Petra tornò a Pisa a fine estate.
“È stata una decisione che non definirei nemmeno tale. Era dentro di me […] è diventata certezza di voglia di andare durante quell’estate.”
Pisa, novembre 1966
Tornata a Pisa, il bisogno di indipendenza di Petra non si arrestò. In poco tempo, grazie a un’amica che si era proposta di ospitarla, la ragazza era riuscita a trovare un lavoro in un’azienda di Firenze. Non era Parigi, ma era comunque abbastanza lontana da Pisa.
A novembre dello stesso anno però, un’alluvione colpì duramente Firenze, Pisa, e diversi luoghi della Toscana. Sarebbe passata alla Storia come uno dei più gravi eventi alluvionali di sempre nel nostro Paese.
L’azienda che avrebbe assunto Petra fu totalmente cancellata dalle acque dell’Arno. Si ritrovò nel giro di qualche giorno di nuovo a Pisa, il suo futuro di nuovo riscritto.
Fu grazie a un’amica di sua madre, questa volta, che si ritrovò invece in poco tempo con il primo vero lavoro tra le mani. Non un lavoro qualsiasi, nessun posto da stenografa per qualche anonima agenzia, ma un lavoro prestigioso: Dior, marchio cosmetico tra i più grandi al mondo, veniva distribuito in Italia al tempo da una storica società pisana.
Petra divenne l’assistente dell’addetta stampa dell’azienda, una donna che si dedicò a insegnare ogni cosa alla nuova arrivata, senza paura di poter essere rimpiazzata da lei. Fu probabilmente per questo che, poco dopo, quando l’attachée de presse decise di lasciare il suo lavoro, il ruolo finì subito nelle mani di Petra.
Quel lavoro tanto atteso aveva un solo problema: non le avrebbe permesso di lasciare la casa dei suoi genitori.
Pisa, 1969
Fu tra gli annunci di lavoro sul Corriere della Sera che Petra trovò il lavoro giusto che l’avrebbe fatta andare via da Pisa. Era il 1969, l’anno dei suoi ventun anni, in radio passava Zingara di Bobby Solo e Iva Zanicchi, vincitori del Festival di Sanremo di quell’anno.
L’Italia era in fermento, il clima sessantottino si faceva sentire con le sue contestazioni studentesche e operaie all’ordine del giorno.
Il 10 settembre Petra divenne maggiorenne, e da lì a meno di un mese si sarebbe trasferita a Milano per iniziare il suo nuovo lavoro, lontano da Pisa, lontano dalla sua famiglia.
“Mia madre mostrò una grande sofferenza per questo distacco ma sapeva che non mi avrebbe fermata. Anche perché a Milano c’era il ragazzo di cui ero innamorata persa, e che sarebbe poi diventato il mio compagno di vita per 34 anni, nonché il padre di mia figlia.”
La vergogna per i suoi genitori era molta: una figlia femmina, da sola nella tentacolare metropoli senza un matrimonio alle spalle. Non era il comportamento attribuito alle “brave ragazze”.
“Mio padre mi disse “sei maggiorenne e io non posso più fermarti. Sappi però che da me non avrai più una lira.” E così fu.”
Petra era d’accordo con suo padre: per essere davvero indipendente sarebbe stata in grado di mantenersi da sola.
La sera prima di partire, un suo caro amico tentò di dissuaderla a partire. Era una grande decisione, era una decisione che avrebbe cambiato la sua intera vita. Petra, in un momento di paura, o più probabilmente di panico, gli chiese d’impulso di sposarla. Un matrimonio a Pisa le avrebbe permesso di uscire dall’oppressione della sua famiglia, senza dover fare il grande passo verso l’ignoto.
Fu il suo amico a capire e a dirle di no. Il giorno dopo Petra si mise in macchina e partì alla volta di Milano.
“Sono partita in macchina con la mia Mini blu, e un paio di valigie, abiti e libri. È tutto molto lontano, non ho ricordi precisi. Nessun rimpianto. Forse un senso di colpa latente per aver abbandonato i miei genitori, che mi ha accompagnato per molti anni. Ma con la certezza che non sarei mai tornata indietro. D’altronde nessuno mi disse mai quelle parole che ogni figlio che parte vorrebbe sentirsi dire: ‘se le cose andassero male, se tu volessi tornare, un posto per te qui ci sarà sempre, questa è casa tua’. Nessuno lo disse, né io ci feci caso.”
Milano, 1969
Il 6 ottobre 1969 Petra iniziò il suo nuovo lavoro nella sua nuova città. Venne assunta, dopo una serie di rocambolesche avventure, come responsabile della comunicazione per Elizabeth Arden, ancora oggi uno dei marchi di cosmetica più conosciuti e prestigiosi a livello internazionale.
“La mia pragmaticità mi avrebbe impedito di partire da casa senza la sicurezza di uno stipendio fisso a fine mese. In quegli anni era ancora relativamente facile trovare lavoro. Fui fortunata, anche perché ero qualificata e ben referenziata.”
Milano in quegli anni era concretamente la città delle possibilità: molto di quello che oggi contraddistingue l’Italia viene da lì. Dalle aziende all’avanguardia ai personaggi dello spettacolo, Milano era la carta giusta da giocare per svoltare vita.
Proprio per questo motivo, Milano era anche una metropoli pericolosa, usata come uno dei maggiori epicentri degli attentati degli anni di piombo. Non a caso, l’evento che viene individuato come l’inizio di quel periodo, è proprio la strage di Piazza Fontana.
Il 12 dicembre 1969 un attentato terroristico di matrice neofascista causò la morte di 17 persone, oltre a ferirne altre 88. Petra viveva a Milano da poco più di un mese.
Nonostante le difficoltà, sia di carattere economico che climatico, Petra si trovò bene fin dal primo giorno nella grande città. Doveva gestire da sola le sue risorse, doveva abituarsi alla nebbia che non aveva mai visto prima di allora, ma Milano significava per lei la felicità. Era il suo sogno realizzato.
“E felice fui, essedo semplicemente e liberamente me stessa.”
Milano, 2026
“Oggi mi sento molto milanese, molto più che toscana. È normale che sia così, sono qui da quasi sessant’anni. Mia figlia e mia nipote sono nate qui. Mi sono sposata (due volte) qui. Tutte le cose più belle della mia vita sono successe qui. Anche le brutte, per la verità. Gli anni più bui, dopo la felicità sono arrivati anch’essi, sono stati qui. Ma poi è tornato il sereno. […] Non credo di aver perso nulla, perché ho seguito il mio desiderio profondo.”
Oggi una storia come quella di Petra accade senza che nessuno ci faccia caso. Centinaia di ragazze, donne, ogni anno si trasferiscono a Milano, a Roma, a Londra, a Barcellona, a New York senza un marito e spesso anche senza un lavoro. Oggi queste storie sono possibili anche grazie a quella di Petra. Motivo per cui la sua storia non può andare perduta.
Ringrazio PM per avermi regalato la possibilità di conoscere la sua storia, e per averla potuta raccontare. Ricordandomi ancora una volta che le storie perdute sono nascoste dietro a ogni angolo della nostra vita. Basta solo andarle a cercare.
Ogni storia ha dentro tante storie, se questa ti è piaciuta particolarmente, questi sono 3 consigli per te:
Scopri tutto sulla legge della maggiore età
Approfondisci l’alluvione toscana del 1969
Leggi Canti di guerra di Stefano Nazzi, per conoscere “conflitti, vendette, amori nella Milano degli anni Settanta”
Hai un consiglio per Storie perdute? Hai una storia perduta da consigliare?




Piccole storie con grandi orizzonti che non possono di certo essere dimenticate!
ciò che mi ha colpita è la determinazione di questa donna. Non ha soltanto 'osato' ma ha 'fatto', ha 'agito', ha creato un movimento controcorrente e ne è riuscita ad essere sé stessa.